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prova ed errore

"Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa".                                                                                                                                                                                 (Gianni Rodari)

Tutti nasciamo con un bagaglio genetico, che, in mancanza di particolari menomazioni, ci permette di avere un’intelligenza (pensata un po’ come il motore di un’auto) sufficiente al successo scolastico e lavorativo. Come i motori delle automobili, anche di intelligenze ce ne sono diverse (H. Gardner) e tutte, in modo più o meno veloce, possono arrivare dove vogliono arrivare. Alcune andranno meglio su strada liscia, altre sul bagnato, altre ancora sullo sterrato. L’importante è conoscersi, impegnarsi, avere costanza e essere flessibili, trovando soluzioni diverse in caso di ostacoli.
Un bambino piccolo, quando vuole imparare a camminare, ad esempio, nulla lo può fermare. Anche da solo, senza aiuti, può trovare un modo per mettersi in piedi. Probabilmente (perché non è scontato) ci metterà più tempo di un altro bambino più fortunato, ma prima o poi ci riuscirà.



L’essere umano, infatti, è predisposto all’apprendimento: i bambini sono pieni di curiosità e voglia di imparare cose nuove. Sanno essere insistenti, costanti nei loro esercizi e si scoraggiano difficilmente.
E come imparano i bambini? Provando e riprovando. Sbagliano e risbagliando, finché non scoprono la strada giusta. Gli errori sono tutti i tentativi che il bambino fa per imparare quello che ha motivazione di imparare. Sbaglia finché non trova il modo per non sbagliare più.
Gli adulti accettano questi tentativi, danno supporto e non si preoccupano troppo di tempi o modalità. La libertà di sbagliare viene rispettata.

L’errore cambia volto

Questo sano meccanismo di apprendimento si interrompe in modo abbastanza drastico al momento dell’inserimento scolastico. Quando gli apprendimenti, non sono più dettati dall’istinto biologico, ma sono culturalmente determinati.
A scuola l’errore si trasforma, da comportamento utile al processo di apprendimento, in qualcosa da segnalare e sottolineare: la maggior parte delle volte è qualcosa di negativo, da eliminare al più presto.
Di fatto, non si ha ancora una adeguata pedagogia dell’errore e ancor meno una didattica che lo comprenda e lo valorizzi per quello che è: lo stadio iniziale di ogni conoscenza.
Se si chiede ad un bambino che cosa è un errore, egli vi risponderà, molto probabilmente, che è una cosa da non fare, che è dannoso.
Spesso l'errore è accompagnato dalla parola NO, che anticipa la correzione: ”Si fa così!”.
Queste classiche espressioni, la maggior parte delle volte, non hanno alcuna intenzione svalutante o aggressiva; sono solo un modo per segnalare qualcosa di non corretto alla scopo di correggerlo e non ripeterlo. Purtroppo, altre volte, i no sono anche accompagnati, invece, da espressioni svalutanti: ”Te lo avevo già detto", “Non dovresti più fare così…”.

L’errore e la valutazione

Infine, alcuni alunni, spesso quelli più fragili, soprattutto se inseriti in un clima di classe rigido e autoritario, imparano ad associare la valutazione delle loro prestazioni con il valore che danno alla loro persona. Durante le prove ufficiali, come verifiche, interrogazioni ed esami, l'errore è ciò che determina il giudizio. I voti vengono chiamati, infatti, volgarmente, ma non casualmente, giudizi. Pessimo termine in campo educativo, dato che la valutazione, per un insegnante, proprio per il suo ruolo di educatore e non di clinico, deve essere sempre “promozionale”, mai definitoria . E’ difficile per un adolescente, pensiamo per un bambino, distinguere il voto da un giudizio più personale che non riguardi le sue qualità intrinseche. E’ raro invece per gli studenti concepire il voto come una misura del raggiungimento di un determinato obiettivo e che quindi pensare al voto come, semplicemente, la misura della distanza che gli manca da percorrere per arrivare alla meta.
Dal voto poi dipende tutta un'altra serie di questioni di tipo intrapsichico e relazionale. Una serie di cattivi risultati scolastici può compromettere non solo l'autostima e la motivazione, ma anche la qualità delle relazioni familiari e sociali ed avere ricadute durature profonde.
Ma come si può fare per rendere un alunno più resiliente rispetto all'errore? Come aiutare lo studente a sentirsi bravo anche quando sbaglia?

L’alleanza

D. Lucangeli si è occupata di questa tematica più volte nei suoi convegni e nei suoi seminari e sottolinea l'importanza del concetto di alleanza. L'alleanza è fondamentale per far sentire lo studente a suo agio all'interno della relazione con l'insegnante, ma anche con la classe. L'insegnante deve diventare per lui la persona capace di spronarlo a raggiungere obiettivi alti, ma nello stesso tempo la persona che lo protegge e lo guida verso questi orizzonti. E’ una questione di fiducia reciproca e di rispetto. Per creare alleanza serve una comunicazione empatica, che rispecchi le paure e i desideri dell’altro, e positiva. E’ importante comunicare all’altro che è OK, sempre e nonostante tutto. Ciò instaura il senso di fiducia: l’alunno può smettere di difendersi ed iniziare ad imparare da una guida sicura. Solo all'interno di una relazione di alleanza è possibile avere il margine d’azione per osservare il processo di apprendimento e poter proporre delle soluzioni per migliorare ciò che è migliorabile.
Quando l'alleanza non è del tutto definita è possibile anche non comunicare gli errori e dire: “Bravo, prova a fare così la prossima volta..” (mostrando l’alternativa corretta): l'errore non viene nominato e non viene sottolineato. Ciò permette di mantenere una relazione positiva quando non si è sicuri di come l'altro potrebbe reagire alla correzione. In casi particolari, dove bambini o ragazzi, sono stati ripetutamente svalutati da figure significative o da soli si sono convinti di non essere in gamba, può essere utile, secondo la nostra esperienza, non dire “è sbagliato, fai così”. E’ più sicuro dirgli che sono stati bravi, perché effettivamente lo sono stati. Provare e riprovare sta alla base dell'apprendimento e il fatto di averci provato è comunque qualcosa di positivo. L'alternativa, se una persona non crede in se stessa, è quella di non provarci più.
Può essere fruttuoso, anche un percorso metacognitivo a livello di classe su quello che significa sbagliare e sul rassicurarli che sbagliare è normale e sano. Ciò per far sentire i bambini o i ragazzi più sicuri nello sperimentarsi ed evitare blocchi dovuti all'ansia o comportamenti oppositivi secondari alla scarsa autostima. Le emozioni, gli stati d'animo e le credenze su di sé non sono, infatti, fattori secondari all'apprendimento, ma ne stanno alla base: prima si arriva al cuore, poi alla mente. Se uno studente ha una cattiva immagine di sé e crede di non essere abbastanza per raggiungere l'obiettivo, non lo raggiungerà finché non troverà qualcuno che lo convincerà del contrario.
In conclusione è importante, all'interno di una relazione educativa e didattica, essere sensibili a chi si ha di fronte prima di segnalare o sottolineare qualcosa che non è in linea con le aspettative ed è sempre meglio lavorare sull'alleanza e a livello metacognitivo. E’ possibile insegnare anche senza correggere (almeno all'inizio del percorso) ed è possibile sentirsi bravi anche sbagliando.