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probenessereSe una volta esisteva il malato immaginario, al giorno d’oggi si tende a perseguire il mito del sano immaginario. Dal punto di vista educativo questo significa il voler ricercare massivamente una situazione di equilibri stabili, uno sviluppo senza patemi d’animo per i soggetti affidati.
Che questo possa essere l’autentico  ben-essere noi avanziamo forti riserve; spesso perseguito ad ogni costo, in una esistenza asettica e priva di squilibri, ci si accontenta di sopravvivere, svicolando da un problema all’altro, all’insegna di una novella atarassia.
La serenità diventa così un bene statico, un patrimonio immutabile, talenti da sotterrare, per il timore che il cambiamento  arrechi con se rischi che vanno ad intaccare l’agognato equilibrio raggiunto. E’ facile capire che questo significa pagare un prezzo salato, fatto di continue rinunce  a vivere una vita piena.
L’educatore che si pone su questo piano è caratterizzato da un particolare agire, che si può riassumere in un verbo:  evitare, schivare i rischi, tralasciare i progetti più complessi per la paura di non poter riuscire e quindi fallire; insomma, a scansare la fatica di far crescere la persona.

 Il desiderio mortificato

Il risultato di questo agire è la noia, la terribile noia dell’essere. In una esistenza senza infamia e senza lode, è sicuramente da preferire l’intensità dei colori dei sentimenti, delle emozioni “forti”, comprese il dolore e l’angoscia, ma che possono generare com-patimento e senso di appartenenza. Invece, ed è sotto gli occhi di tutti, i più giovani di adesso troppo spesso presentano un pauroso semianalfabetismo emotivo (U. Galimberti). Al successo  sicuro derivante dalla mancanza di confronto, perché “protetti” da educatori troppo premurosi, è certamente meglio anteporre lo squilibrio di chi desidera e persegue sempre nuove mete. Meglio una crescita per sconfitte e vittorie, in cui si gestiscono i desideri ed i conflitti, che un cammino soft, senza scosse, ma improntato a scansare rischi o tralasciare progetti che comportano un certo impegno.

Per desiderio non si intende certamente brama di possedere cose, ma la voglia di continuare a cercare il modo di migliorarsi e non appiattirsi verso il basso. I desideri (anche loro) vanno educati e trasformati in speranza e utopia.

Voglio una vita spericolata…

Probabilmente i nostri giovani non sanno esattamente cosa significhi mettere in pericolo la propria esistenza, contrariamenti a tanti loro coetanei che vivono in paesi  dove imperversano guerre e carestie. Ma, se dal lato del welfare si tenta di dare alla persona più paracadute possibili, dal lato privato si annoverano molte attività “da brivido”. E’ cronaca che i giovani si lanciano da vertiginose altezze legati da una liana o affrontano il treno sdraiandosi sui binari o rimanendo nelle rotaie fino all’ultimo istante. E che dire della moda dei selfie estremi, dove si può morire per qualche “like” in più. Perché tutto questo? Perché l’attività “no limits” procura sensazioni brevi ma intense di auto-realizzazione. Oltre che ad un fugace senso di onnipotenza, correre questi rischi fa sentire di essere vivo, di non essere morto ancora prima di morire.

Più che condannare queste “esperienze”  estreme, vanno comprese e per farlo è necessario riflettere proprio sul fatto dell’educare le nuove generazioni alla prevenzione totale. Prevenire il disagio e promuovere l’agio ha senso solo in un contesto globale degli accadimenti della vita, e non solo nella vita “agiata”.

Distinguere tra rischio e pericolo

Se mettere in pericolo un giovane non può certamente rientrare nelle azioni di un educatore, evitare ogni possibile rischio va considerato non  altrettanto positivo. Infatti, il rischio ci pervade, la stessa azione dell’educare è un rischio; nessun risultato è garantito e  la strada dei fallimenti è lastricata di buone interventi. Ma il rischio in sé non ha caratteristiche negative, contrariamente al pericolo. La differenza consiste nel grado di consapevolezza che si ha di fronte agli accadimenti, assolutamente aleatori, della vita. Chi conosce non agisce alla cieca, azzardando, bensì opera delle scelte ponderate e, in virtù di queste, vi può essere rischio, non pericolo.

Pertanto, prevenire non è cancellazione di qualsiasi possibile fonte di rischio o disagio, che porterebbe inevitabilmente ad una vita “prevedibile”. E’ necessario, invece, lasciare uno spazio alle scelte soggettive , senza che l’educatore intervenga giocoforza nelle situazioni complicate o addirittura ostili.

Il Mal-essere come spinta all’io più profondo

Come è noto, spesso, le situazioni più critiche della vita di una persona hanno fatto sì che nascessero le forme artistiche più belle ed universali dell’uomo. Questo significa che esperienze come la solitudine e crisi esistenziali ci mettono di fronte al nostro io più autentico e profondo. Come nel passato, anche oggi non sono eliminabili nell’arco di una esistenza, però l’efficienza, l’attuale cultura della funzionalità ben volentieri le spingono nel dimenticatoio, perché sono di inceppo agli ingranaggi del vivere moderno.

Ma “sentirsi male”, essere inquieti non significa essere una persona necessariamente problematica, ma una che vive la vita più intensamente e nella sua interezza. L’insoddisfazione che vi potrebbe essere, se non è ripiegamento su se stesso, è spinta a vivere una vita più “impegnata” è più autentica, meno formale.

E’ auspicabile, pertanto che, a fianco del sacrosanto ben-essere, conviva un mal-essere, come parte inalienabile della vita.